27/09/2010

ESTERNO GIORNO, INTERNO NOTTE. (un racconto)

Bologna, una città.

Momenti diversi, spazi diversi, emozioni diverse.

L’amore in cinque storie. Dentro cinque storie.

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Quella volta che ti ho abbracciata in stazione, arrivavi da sud, e imbarazzati ci guardammo negli occhi, a turno, di nascosto. Passi lenti di domenica sera, sullo sfondo l’eco di quel concerto di pochi giorni prima, approdammo su un mojito speciale, poltrone scomodamente nostre. “Buca di San Petronio” la chiamano. Ti guardavo cercando il momento giusto per baciarti. Quel momento quella sera non è arrivato. Ed è stato bello così.

Quella volta che siamo fuggiti da un locale adolescenziale in via Zamboni, per correre alla macchina maledettamente lontana oltre i viali. Di spalle ti ho accarezzata il sedere magro, con una voglia e un istinto benedetto di sangue. Dentro l’auto blu siamo corsi su a San Luca, e ci siamo regalati alle telecamere di un cancello. Oggi, ogni volta che guardo San Luca di giorno, dall’autostrada, da ovunque, per una frazione di secondo ripenso a te e a quel momento Bologna di rosso nuda.

Quella volta che ti ho presentata al mio breve passato, il Quadrilatero e la libreria rossa, quella in cui di me si specchiano solo i pregi. E mi sono perduto a gustarti come una birra speciale, a dirci cose inedite, al terzo piano di un'osteria non inedita. Nella stagione del sole ho trovato in te una bellissima sequenza di note, sguardo ammaliante di ragazza. Ma i miei occhi cercavano una donna e, tu, eri già diacronica su di me.

Quella volta che dentro casa, dentro me e te, ci siamo rubati un bacio. Un bacio che avrebbe riaperto una scatola imballata con lo scotch simpatico. Un bacio che sapeva di arrivederci. Un bacio di sangue che risveglia un inverno gelido. Ma dovevi tornare al tuo nido, alla tua tangenziale uscita 6, ed ogni lasciata, lasciata lì, quando fuori nevica, è persa. Forse.

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Quella che pensavo fosse una serata qualunque. Invece, no. Ah, il jazz. Quell’aperitivo caldo, quella cena d’atmosfera, l’incanto di un’aria dolce che inonda, l’attrazione nelle tue labbra. In una sera che dava i primi freddi, mi sono accorto che c’eri. Era ora. E poi a casa mia ho fatto per la prima volta con te l’amore, quello vero. Fuori sorridi di passione, dentro di malinconia. Esterno giorno, interno notte.

 

 

19/09/2010

RELAZIONI. ECCO.

L'autunno ha bussato alla porta presto, da me.

Qualche giorno fa, però, è stato molto terapeutico rivedere per la centesima volta una sequenza di un film. Scena finale di Manhattan, il passaggio in cui Woody Allen dopo aver raccontato le sue personalissime cose per cui vale la pena vivere, compone un numero di telefono che però dà sempre occupato. Allora succede che egli si alza dal divano, e.... vedetelo.

Che cosa mi ha fatto bene nel vedere quella sequenza, beh, è complesso e poco raccontabile in un luogo ormai pudico come questo. Quel po' di sceneggiatura necessaria è stato sviluppato altrove.

Però, in sequenza con questo incipit cinematografico vi racconto un mio pensiero. Ci sono relazioni endogene e relazioni esogene. La differenza sta in ciò di queste relazioni, che riesce a passare attraverso la tua pelle. Relazioni che nascono o arrivano, dunque, sotto la pelle, e quelle che non passano la frontiera, restano fuori. In quelle che la pelle non la trapassano magari sei anche più spontaneo, puoi rischiare di più. Quelle endogene sono più profonde e quindi più complesse, sottocutanee e forti come scosse di terremoto. E che, dunque, vanno a braccetto con le tue difese.

Poi ci sono anche delle vie di mezzo. Relazioni che non si può dire non siano mai trapassate al di là, ma così come sono entrate, tornano fuori dalla porta principale in punta di piedi. Successivi andirivieni le farebbero anche rientrare, volendo, ma insomma il loro posto è fare la guardia al centro. E permettere quella melina affettiva, emotiva, quella specie di "grazie, le faremo sapere" che a volte torna anche utile. Come restare sospesi.

Il problema, porcaccia miseria, è che di certe cose te ne rendi conto solo quando sei fuori. Da dentro è molto più difficile cogliere queste sfumature. E così confondi te e confondi chi ti sta accanto.

Ecco. Alla faccia del pudore.

15/09/2010

PUDORE.

Il blocco della blogstar?? (cit. V.V., che saluto)

La gestazione del mio primo romanzo che blocca tutto il resto??

No. Ci sono un paio di buoni motivi per cui per più di tre mesi non ho scritto una riga qui. Sedetevi, mettetevi comodi, ve li racconto.

Il primo lo racconto con una battuta-metafora che ho condiviso con la mia amica scrittrice-ispiratrice V.V. (che ri-saluto) un po' di settimane fa'. Era giugno, la temperatura iniziava a salire fortemente, io avevo da tempo appeso il preservativo al chiodo, un bel chiodo nero appeso su un muro tutto bianco. Succede che si crea l'occasione per tirarlo giù quel preservativo, e non una per una notte, la prospettiva era liberare il posto sul muro. Però, da buon esteta, a me il muro bianco proprio non piaceva, quel chiodo lì in solitudine, sentivo la necessità di riempirlo. E così, ci ho appeso su il blog. Ecco. Passa giugno, passa luglio, arriva agosto. Poi anche agosto finisce, arriva settembre, riparte il baraccone quotidiano, e succede che mi ritrovo di nuovo quel preservativo in mano, a non sapere più dove metterlo, ormai. Beh, ho pensato che la cosa più saggia fosse tirar giù il blog, una bella spolverata e via, e così il preservativo ha ritrovato la sua buona collocazione appeso al chiodo, in attesa della prossima volta in cui varrà la pena riprenderlo.

L'altro motivo per cui ho smesso di scrivere, e credo sia quello più profondo che mi anima, è che è arrivato a me un certo pudore. Si, pudore. Così come ho sentito il bisogno in passato di raccontare su un blog cose anche molto personali, molto sentite, o anche semplicemente mandarla a dire a qualcuno o qualcuna, ho sentito poi il bisogno di rivelarmi, ri-velarmi, mettere di nuovo un velo a coprire qualcosa di me. E decidere di dire solo alcune cose e altre no. Il gusto del non detto. Il tempo ha fatto il resto.

La voglia di scrivere, però, è rimasta. Molto forte, molto sentita. Restate ancora un po' seduti.

Settembre è da sempre per me un mese di bilanci, ripartenze, progetti, prospettive, propositi, caricato a molla e a mille per concretizzare. Il mio Capodanno. Quest'anno però è un inizio diverso, perché è come se si fossero sovrapposti due settembre diversi, questo e quello del 2009. Come se avessi degli arretrati da ammortizzare, e l'aspettativa si fa doppia. Mi scopro spesso a cercare angolature diverse per fotografare alcune scene di me, una settimana fa ho compiuto 33 anni e li ho vissuti come molto simbolici di una spinta ad avere un atteggiamento diverso verso alcune situazioni. Insomma, parecchia carne a cuocere, o forse un bel brodo da mescolare, non so.

Molte domande che mi sono posto bussano, poi, alla mia vita affettiva. Che è molto più importante e complessa di un preservativo da appendere, ovviamente. Mi sono passate davanti agli occhi molte immagini significative, la differenza fondamentale tra l'emozione immanente, istintiva, e il sentimento che dura più a lungo e lascia traccia, l'ambivalenza a volte accecante tra il desiderare fortemente qualcosa e il desiderio di distruggere invece quel qualcosa stesso. Le cose sono sempre più maledettamente ingarbugliate di come avremmo voluto che fossero. Consapevole, però, che quelle stesse cose vanno esattamente nel modo in cui vuoi che vadano. Non vanno da sé mentre tu mangi i popcorn seduto a guardare il film che parla di te, sei tu che vuoi che vadano così.

Insomma nulla è accaduto per caso qui, nulla non sarebbe dovuto accadere. Riescono ad essere emozionanti contemporaneamente l'attesa di partire, lo scorrere del viaggio, e il momento in cui rimetti piede in casa tua. Il luogo, l'unico, di cui sentirsi ancora, sempre, perdutamente innamorati.

07/06/2010

"E NON C'E' NIENTE DA CAPIRE". (HO GIA' DETTO TUTTO).

Posto che oggi avrei voglia di scrivere, ma.

Posto che Ligabue è morto artisticamente e ha mandato un suo clone a farci sentire la stessa solfa degli scorsi anni.

Sentiamo in silenzio le frasi estrapolate da questa sua ultima canzone. Oggi mi suona in testa. Non solo.

Più ti guardo e meno lo capisco
da che posto vieni

chi ti ha fatto gli occhi e quelle gambe
ci sapeva fare
chi ti ha dato tutta la dolcezza
ti voleva bene

quando il cielo non bastava
non bastava la brigata
eri solo da incontrare
ma tu ci sei sempre stata

più ti guardo e più mi meraviglio
e più ti lascio fare
che ti guardo e anche se mi sbaglio
almeno sbaglio bene

in futuro è tutto da vedere
tu lo vedi prima
me lo dici vuoi che mi prepari
e sorridi ancora

quando il tempo non passava
non passava la nottata
eri solo da incontrare
ma tu ci sei sempre stata

più ti guardo e meno lo capisco
quale giro hai fatto
ora parte tutto un altro giro
e io ho già detto tutto.

04/06/2010

QUATTRO E MEZZO.

Sedetevi, vi racconto una storia, anzi due. Vale la pena ascoltarle.

Una conoscenza comune e un colpo di vento al momento giusto nella brezza di Sardegna, mi hanno portato ieri sera a cena con uno dei miei scrittori preferiti. Uno scrittore che vende molto, genere noir, nato e spesso vissuto nella città in cui vivo anch'io. Quando parlo di cena non intendo venti sconosciuti, intendo che eravamo in cinque, anzi potrei dire quattro e mezzo. E in quattro e mezzo a tavola, se il vino è di quello buono, ci si parla e ci si conosce davvero.

Nel corso degli anni non ho "solo" apprezzato i suoi romanzi, richiusi e punto. I suoi libri sono rimasti accanto a me, hanno modificato molti dei miei punti di vista, mi hanno raccontato cose che non sapevo, mi hanno portato ad osservare e considerare in modo diverso da prima cose da sempre sotto i miei occhi (più o meno quel che dovrebbe fare una psicoterapia). Hanno anche aumentato la mia disillusione verso il sistema sociale attuale e la mia tendenza all'individualismo. E' "colpa" sua se dietro ogni avvocato con le mani in pasta immagino, anzi so che ci sono, chissà quali tramacci, se quando giro per le campagne venete vedo trame nascoste ad altri occhi, se il mondo sado-maso non mi è più così oscuro e ignoto in termini di conoscenza, se seleziono molto più di prima i posti dove mangiare, sapendo che molti ristoranti sofisticano il cibo, ecc. Giacché era davanti a me, gli ho chiesto se questa "responsabilità" un po' gli pesi. Ovviamente, ha risposto di no. 

Durante la cena, anzi credo sul giro di grappa finale, mi chiedevo se in fondo dopo tutto questo 'spiegone' sarei riuscito a leggere i suoi prossimi romanzi ed apprezzarli allo stesso modo di prima. Cioè, se forse ho chiuso un cerchio di curiosità e rassicurazione, ma adesso non potrò più credere alla finzione narrativa come si dovrebbe per ogni romanzo. Un po' come quella volta che sono stato sul set di un film, e da allora il cinema per me non è più la stessa cosa.

Ci penserò. Domani, però.

Dopo la cena, un'aspirante pianista e cantante mi ha regalato un suo cd con 4 brani. Stamattina l'ho ascoltato già 3 volte, credo lo ascolterò ancora a lungo. Mi è piaciuta la fierezza con cui ci ha tenuto che lo ascoltassi. La stessa con cui io farò leggere a molti il romanzo che sto scrivendo. Ho qualcosa da dire, non mi interessa che venda, mi interessa che venga letto, è diverso. Credo che chi abbia qualcosa da dire, da suonare, da esprimere, debba farlo a tutti i costi. E non è retorica o auto-etero-compiacimento.

E' che a me, quella punta di narcisismo, nella postura fiera dello scrittore ieri sera, nelle mani della pianista che mi passa il cd, nelle mie parole che ti guardano negli occhi, in fondo piace molto e non disturba. Anzi, colora.